Seduti alla tavola dei figli, ci accorgiamo dei cagnolini che cercano affannosamente le briciole che cadono da questa? Un’immagine dura, quella del Vangelo, benché ammorbidita dal diminutivo di Gesù; purtroppo la realtà è questa, e non solo per Israele, ma per tutti noi: le invocazioni dei “nostri” sono santi lamenti, quelle degli “altri” sono “grida”. I bisogni dei nostri sono “diritti”, i bisogni dei lontani sono grida scomposte che creano imbarazzo e da far tacere quanto prima: “Signore, vedi come ci grida dietro…”.
È vero, in ogni tempo e luogo la religione può essere usata come strumento sommo di divisione e di contrapposizione tra uomini e popoli; anche se oggi tanto - ma davvero tanto di più - lo fa l’economia e il “mercato”: e guai se noi credenti ci adattassimo o accondiscendessimo a questa tendenza terribile ed inumana.
Gesù, che “si diresse verso le parti di Tiro e di Sidone”, terra straniera, ci insegna che il dolore e il bisogno di salvezza non hanno confini e ci rendono davvero tutti figli amati del Padre. E anche gli “altri”, considerati comunque dei cagnolini che non possono sedersi alla tavola dei figli, hanno bisogno e diritto alle “briciole”.
Che provocatoria, però, questa espressione messa in bocca al Signore! Egli parla da buon religioso – che sa distinguere bene il nostro e l’altrui – o da figlio del Padre di ogni uomo, come se volesse suscitare in noi una santa reazione: Signore, se queste donne soffrono per i figli come le nostre, perché per loro soltanto le briciole? Perché non a tavola con noi? Perché non possiamo farci loro vicini, aprire le mani per dare e per ricevere, spalancare le braccia ed unirci in un abbraccio commosso?
Quello del Padre, infatti, è un “disegno universale di salvezza”, come pregheremo nella colletta di questa domenica, disegno compiuto da Gesù Cristo, mite e umile di cuore, con la sua accondiscendenza.
Oggi chiediamo di avere i suoi stessi sentimenti in noi. Le nostre parole, le nostre opere, i nostri atteggiamenti
devono far comprendere a tutti che Dio ha per ciascuno un amore eterno e fedele. A questo serviamo noi e l’Eucaristia che celebriamo.
Ben ce lo ricorda il profeta Isaia, quando dice che anche “gli stranieri che hanno aderito al Signore” verranno condotti sul monte santo per essere colmati di gioia nella sua casa di preghiera (Is 56,7).
Siamo noi i loro accompagnatori.
Dal Vangelo di Matteo, 15,21-28
« Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro».
Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».
Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. ».
