Certo che ce ne vuole di coraggio a chiamare “santa” una croce. Troppo abituati a vederla, onorarla, abbellirla nell’arte e nella liturgia, abbiamo forse dimenticato che essa era uno strumento di tortura tra i più terribili e crudeli.
Si veniva appesi completamente nudi, esposti alla vergogna e al disprezzo dei passanti e della ragazzaglia, se non addirittura alle azioni di qualche “giustiziere-fai-da-te” di turno. Faceva morire per asfissia – e quindi lentamente – tra dolori lancinanti dovuti alle ferite che dovevano sostenere il peso del corpo.
E se la morte ritardava, facendo così perdere troppo tempo agli incaricati, si spezzavano le gambe ai condannati, così che non potendosi appoggiare sui piedi e quindi respirare, morissero più velocemente.
Come si può chiamare “santo” qualcosa del genere?
Eppure, Dio ha lasciato che ci mettessimo sopra suo Figlio, come fosse l’unico capace di assorbire il veleno che promana da questo strumento di morte. È come se la croce diventasse il concentrato del male del mondo che colpisce gli innocenti, e l’unico modo di assorbirlo è di porgli sopra colui che poteva farlo suo, liberando gli uomini da questo triste retaggio di morte. Come il serpente di rame che Mosè innalzò nel deserto per guarire il suo popolo dai morsi velenosi della mormorazione e della nostalgia del peccato.
A Cristo sulla croce per dissetarsi diedero una spugna imbevuta di aceto, ma in realtà fu proprio Lui la spugna che assorbì e lavò il male del mondo.
Ecco perché noi chiamiamo “santa” la Croce. Non perché sia buona – il male resta sempre tale – ma perché colui che vi si sedette sopra come fosse un trono la usò per condannare il male del mondo. Perché colui che vi si fece immolare sopra come fosse un altare, offrì se stesso per liberare dalla condanna i malvagi del mondo. Perché Colui che vi si stese sopra, spogliato come uno sposo sul letto nuziale, doveva abbracciare la sua sposa Umanità per toglierla definitivamente dalla solitudine mortale e farla finalmente vivere d’amore.
E noi? Guarderemo con più serenità alle nostre piccole e grandi croci che non riusciamo ad allontanare dalla nostra vita? Le porteremo sotto alla sua, così vicino da appoggiargliele sopra, tanto che diventino più leggere, tanto da lottare anche noi con Lui contro il male, tanto da offrirci anche noi con Lui, e tanto da amare anche noi con Lui e grazie a Lui?
«O Padre, che hai voluto salvare gli uomini
con la morte in croce del tuo Figlio,
concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra
il suo mistero d’amore,
di godere i frutti della sua redenzione
nel cielo».
Dal Vangelo di Giovanni 3,13-17
« In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” ».
