Con questa domenica, dedicata dai cattolici di tutto il mondo alla preghiera, riflessione e raccolta di offerte per le Missioni, vorremmo iniziare a lasciarci guidare nelle riflessioni domenicali sulla Parola da san Paolo, l’Apostolo più grande della storia cristiana, nel bimillenario della sua nascita.
Guai a me se non predicassi il vangelo!». È dalle labbra di san Paolo che sgorga prepotente questo grido, filo rosso conduttore della sua intensa e bruciante esistenza, passata dal rigore fanatico del mediorientale persecutore dei cristiani al generoso abbandonarsi totalmente nelle mani del suo Dio e dei carnefici del martire, che si lascerà “sciogliere le vele” nel cuore romano del Grande Impero.
È bello però ascoltare oggi come si presenta Paolo agli inizi degli anni 50 d.C., quando scrive ai primissimi convertiti a Cristo che stavano nella città di Tessalonica: portatore di pace, di grazia, attenzione amorevole gratuita di Dio verso quei piccoli e poveri per la società del tempo, che si erano affidati al misterioso e straordinario Gesù di Nazareth risorto dai morti, ormai proclamato Signore, e che formavano normalmente quelle piccolissime comunità cristiane.
E poi ancora rendimento di grazie a Dio, perché questi uomini e donne si muovevano nella fede, nella speranza e in una vita piena di operoso amore; e dietro a ciò vi sta la scelta da parte di Dio, l’azione del suo Spirito, che spinge a vivere pieni di convinzione e di costanza.
Così, allora, inizia la missione: con la lode, la benedizione, offrendo a chi non conosce il Signore cose buone come la pace e la grazia che vengono da Dio: non è forse una “buona notizia”, un “vangelo” quello di Cristo?
La missione viene poi da uno sguardo penetrante sulla realtà attuale, tanto da vedere in essa Dio stesso all’opera, sia nei fatti della storia – come Isaia riesce a intuire nell’azione dell’imperatore dei Persiani Ciro, chiamato addirittura “eletto di Dio” – sia nei cambiamenti della vita personale dei credenti.
Paolo poi interpella grandemente la nostra vita cristiana e la nostra appartenenza ecclesiale dovuta al nostro Battesimo. Egli, infatti, è un convertito a Cristo e alla missione nello stesso tempo, come se le due realtà non potessero essere scisse. Sulla via di Damasco è nato il credente ma anche il missionario, gli si sono aperti gli occhi sulla divina grandezza di Cristo ma anche sulla sconfinata parte di umanità che lo sta attendendo da sempre.
E noi? Sentiamo già che essere cristiani significa essere annunciatori del vangelo o dobbiamo ancora arrivare alla nostra Damasco?
Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,1-5b)
« Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.
Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione. ».
