Dopo la deviazione sulle alte creste e vette pasquali, il sentiero dell’anno liturgico ci riporta nel bosco fresco e profumato dei misteri della vita quotidiana di Cristo Gesù, Parola di Dio fatta carne. Da questa Parola ci era stato chiesto di ripartire all’inizio dell’anno pastorale, che ora dolcemente comincia a declinare lungo le prossime venti settimane.
Ritroviamo come guide l’apostolo Paolo e il vescovo aquileiese Cromazio, che con la loro parola ardente ci infondono coraggio nel progredire e suggeriscono sguardi inediti sul grande mistero della vita cui Dio Creatore ci ha chiamati.
Ed è proprio san Paolo che seguiremo oggi, mentre si accende con i Corinzi, perplessi per la fragilità dell’apostolo, uomo senza qualità paranormali eccezionali, mortale come tutti. Come è possibile, allora, credere alla gloria di Dio, alla potenza di Cristo, alla verità del Vangelo, se addirittura chi lo predica è uguale a tutti, anzi, più fragile ancora a causa dell’ostilità sociale che patisce?
Davanti a queste obiezioni, san Paolo con calore e passione dispiega davanti ai nostri occhi la grande mappa del nostro destino di uomini e di credenti.
Adesso siamo qui, nel corpo biologico, nella fragilità della fede dovuta alla nostra condizione di creature ferite dal peccato e dalla morte. Siamo come esuli da casa, come stranieri nel nostro corpo e lontani dalla patria, tanto che dobbiamo ricorrere alla virtù della speranza per poter percepire e affrontare correttamente la nostra esistenza attuale.
E così, lontani, anche il nostro rapporto con il Signore si rivela fragile, pieno di incertezze, di dimenticanze, di contraddizioni.
Che cosa dovremmo desiderare, allora: di poter morire subito per tornare a casa e “abitare presso il Signore”? Paolo non ci insegna questo, anche se con molta chiarezza ci ricorda che non abbiamo paura del domani, noi cristiani: “Siamo pieni di fiducia”, afferma, e dobbiamo desiderare di essere più uniti al Signore.
La direzione da seguire non è quella di cercare la morte, ma “sia dimorando nel corpo, sia esulando da esso, di essere a Lui graditi”. Ecco la strada da seguire: vivere già da ora cercando di essere graditi al Signore. Da Lui arriveremo quando Egli vorrà, dopo aver a lungo camminato nelle valli del bene e della giustizia, e dopo aver salito il ripido passo del tribunale di Cristo, davanti al quale tutti dobbiamo comparire, per ricevere la ricompensa delle nostre opere.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5,6-10
« Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male ».
