« Andrò da mio Padre »
domenica 18 marzo 2007 di don Sinuhe Marotta
"Dammi la parte del patrimonio che mi spetta!”. Il ragazzo della parabola di Gesù avverte di aver bisogno di “cose” (beni, denaro); quanto al padre, questi non gli interessa più. La sua stessa richiesta di spartirne l’eredità evidenzia con sfacciataggine come per lui, oramai, egli sia già morto.
Così succede quando dimentichiamo di essere in relazione con un Padre buono che sta nei cieli – cioè ci è sempre vicino. Ci avvinghiamo alle cose e alle emozioni, ne diventiamo famelici consumatori sino a sfibrare noi stessi, sino a diventare come animali ciechi e voraci che consumano ogni cosa attorno a sé, tanto da portare carestia nel mondo che abitiamo. Così accade al giovane del racconto di Gesù, per questo parte “per un paese lontano”: lontano da Dio, lontano da se stesso.
Ma anche in questa caduta e in questa distanza che sembra inguaribile e incolmabile c’è una buona notizia.
Il nostro desiderio non è nativamente rivolto alle cose ma è fatto per l’Infinito, è fatto per Dio. E la nostalgia di casa, grazie a Dio, sale a volte sino alle lacrime.
Tornare a casa: potesse essere questo il grido che sale dai nostri cuori. Tornare a casa: potesse essere questa l’invocazione che attraversa i cuori dei nostri giovani, delle nostre famiglie, della nostra città. Tornare a casa, lì dove c’è il Padre, lì dove c’è la pace con il nostro Dio, lì dove c’è finalmente la pace con la nostra anima.
Ecco la Bella Notizia di Quaresima: tornare a casa si può, è ciò che attendevamo oramai da troppo tempo.
Che farà allora il Padre? Ci abbraccerà e con un bacio ci perdonerà, asciugando le nostre lacrime. Di gioia.
Dal Vangelo di Luca 15,1-3.11-32
« In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.
Allora egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. ».