“Neanch’io ti condanno”
domenica 25 marzo 2007 di don Sinuhe Marotta
Ecco una donna colta in flagrante adulterio! Ed ecco che cercano di metterlo in imbarazzo, interrogandolo sulla pena da infliggere alla colpevole. Obbedire alla Torah e lapidarla o sottostare alla legge latina che vieta l’applicazione di una tale sanzione?
Povero Maestro, stretto tra due fronti, esposto com’è a contestare la validità della norma di Mosè o, invece, assumere una posizione intransigente nei confronti dell’imputata e dell’occupazione romana.
Che fare? Come dire a questi astuti accusatori la bontà del Padre senza indebolire il senso di responsabilità e la rettitudine morale di chi ascolta?
Nella pagina evangelica Gesù apre dinanzi agli occhi del suo popolo la strada del perdono. La colpa in questione non è una mancanza qualunque. Essa concerne anzi la relazione sponsale e, per via di una metafora ampiamente elaborata nella letteratura profetica, lo stesso rapporto di alleanza in cui il Signore è “sposo” di Israele (es. Os 2). L’adultera non serve che a richiamare agli scribi e ai farisei, guide morali del popolo e quindi in certo modo suoi rappresentanti, la comune situazione di lontananza da Dio. La vicenda della donna diviene così l’occasione per una comune confessione di peccato. Nessuno si può esimere dal riconoscersi in lei.
Quando la ferita del peccato fa sentire il suo dolore, ci accorgiamo della mano amorevole del medico che sta curando la nostra piaga. Dio, infatti, sa che per guarire è necessario avere consapevolezza della sua gravità e sentire fino in fondo il suo dolore.
Ogni domenica, il balsamo del perdono viene versato sulle nostre piaghe: durante i riti penitenziali, siamo chiamati a porci sotto lo sguardo di Dio per lasciarci “curare le ferite del peccato”, l’ascolto della Parola è “spada” che mette a nudo la verità e “olio” che consola, nella preghiera eucaristica, ogni colpa viene cancellata: le cose passate sono dimenticate e un nuovo germoglio di vita rinasce dall’albero del Trafitto: “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,25).
Dal Vangelo di Giovanni 8,1-11
« In quel tempo, gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo.
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.
E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. ».