“C’è più gioia in cielo…”
domenica 16 settembre 2007 di don Sinuhe Marotta
Che cosa si fa in cielo? Il contrario di ciò che accade sulla terra. Tanto sulla terra davanti ai cattivi e agli approfittatori ci adiriamo, mormoriamo e - giustamente – condanniamo, tanto in cielo si pena, come per dei fratelli o dei beni preziosi che sono stati perduti.
Tanto sulla terra il peccato è visto come motivo per stare lontani da Dio e dal suo mondo, tanto in cielo non si vede l’ora di far festa per il peccatore che si riavvicina e cambia la sua vita.
Così allora la distanza da Dio e dall’altro, dovuta al nostro comportamento incostante se non addirittura negativo, non deve essere motivo per allontanarci ancor di più, come normalmente ci accade; ma piuttosto motivo per rialzarci e tornare al Padre, per alzare nuovamente lo sguardo verso l’alto, in vista della Riconciliazione.
Non è sufficiente per noi coltivare un rapporto con Dio basato sul servizio suo e sull’obbedienza ai suoi precetti. Il Padre ci chiede, attraverso le parole di Cristo, di avere con l’altro un rapporto di amore e di comunità, capace di abbracciare chi è lontano e di gioie per il suo cambiamento.
Guardare le persone non tanto in base ai nostri sentimenti – che spesso sono feriti dal male ricevuto – ma in base alla loro distanza o vicinanza da Dio (anche se invero difficilmente misurabile); dire non tanto: “quella persona ha compiuto del male e va allontanata”, ma imparare piuttosto a dire: “quella persona è lontana dal Padre e dai fratelli e va riavvicinata”.
Solo un grande amore è capace di vedere così lontano, di leggere così a fondo il mistero del nostro cuore ribelle.
E che tenerezza deve suscitare in noi il sapere che davanti alle nostre fughe, ai nostri rifiuti, al nostro peccato il grande intercessore non è più soltanto il vecchio Mosè, “l’uomo più mite che mai sia esistito sulla terra”, ma Cristo stesso, il Figlio di Dio, che con le sue braccia allargate sulla croce intercede fra la terra e il cielo. Finché nessuna pecorella sia più sola, abbandonata in preda dei rapaci; finché l’ultima monetina perduta di questa nostra umanità sia ritrovata.
Prima della grande festa alla fine dei tempi.
Dal Vangelo di Luca 15,1-10
« In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Allora egli disse loro questa parabola: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” ».