La Cattedrale di Gorizia

«Aumenta la nostra fede!»

domenica 7 ottobre 2007 di don Sinuhe Marotta

Sorge nel cuore spontanea ed irrefrenabile l’invocazione dei discepoli, come uno scroscio di pioggia improvviso, come lo sbuffo del caffè nella moka ormai da tempo sul fuoco: “Aumenta la nostra fede!”.

Come mai esplode così improvvisa questa richiesta nel cuore di questi uomini? È importante saperlo perché il loro cuore è il nostro cuore, le loro domande possono diventare le nostre domande.

Ascoltiamo allora il Signore Gesù nel vangelo qualche istante prima (cfr. Luca 17, 1-4). Egli ha invitato i suoi a perdonare e a perdonarsi reciprocamente; a rimproverarsi sì, quando si sbaglia, ma poi a perdonarsi, fosse anche sette volte al giorno. Ecco la prima prova per la fede: la convivenza con gli altri, che sono semplicemente umani e fragili, che non sono mai all’altezza delle nostre aspettative, che ci possono deludere, anche amaramente.

E poco prima ancora, nel Vangelo il Signore ci ha predetto l’insorgere di scandali anche all’interno della comunità, anche tra i suoi amici, scandali che feriscono maggiormente le anime semplici e i più piccoli. Non dice il Signore che non è importante questa cosa, anzi: meglio è che gli sia messa una pietra al collo e sia gettato nel mare colui che scandalizza uno di questi piccoli. E davanti al monito “State attenti a voi stessi!”, i discepoli non possono non chiedere ancora una volta il dono della fede.

Esiste ancora una minaccia per la nostra fede, minaccia grave messa in luce nella liturgia odierna dal profeta Abacuc. È il silenzio apparente di Dio davanti all’ingiustizia e all’oppressione: «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido “violenza” e non soccorri? Perché resti spettatore dell’oppressione?». Davvero in quei momenti abbiamo bisogno di sentire viva e vicina la risposta del Signore Dio: ci sarà un termine a tutto questo, è certo, l’ingiusto perirà; ma tu sino ad allora vivrai di fede e non di evidenze.

Davvero ci è necessaria la fede. Essa non è paragonabile ad uno stato d’animo fiducioso, quanto piuttosto ad una fiducia incrollabile in una persona, nel Dio creatore, nel Cristo Risorto e Signore, nello Spirito Santo presente in noi e Amore.

E se così vorremo vivere o così avremo vissuto, non sarà per accumulare diritti, meriti o capacità paranormali. Il gelso che obbedisce alla nostra parola e si trapianta nel mare è semplicemente segno che l’uomo è tornato al posto che Dio gli aveva dato, signore della creazione, e non più schiavo delle necessità quotidiane come accadde al nostro progenitore Adamo. “Se avrai praticato la Torah, non vantartene, perché per questo sei stato creato” (Rabbi Jochanan ben Zakkai).


Dal Vangelo di Luca 17,5-10

« In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimbóccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” ».


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