La Cattedrale di Gorizia

Credere e crescere

domenica 30 marzo 2008 di don Sinuhe Marotta

Accresci in noi la fede pasquale”, chiederemo nella liturgia domenicale odierna. Come se questa cosa fosse la più importante tra quelle che derivano dallo straordinario evento della risurrezione di Gesù Cristo dai morti. E la liturgia ci guida alla scoperta del credere e del testimoniare.

Credere non è “credere di credere”. Prima ancora – il discepolo e apostolo Tommaso ce lo mostra – credere è trovarsi spiazzati da un evento più grande di noi, è essere messi fuori gioco da una improvvisa accelerazione che il Signore Gesù Cristo ha dato al gioco della storia umana. E Tommaso testimonia bene questo sconcerto: “Se non vedo… non metto… non tocco… allora non credo”. Potessimo noi avere questo credere già nel desiderio, nell’anelito al contatto con un Signore che ci è stato strappato dagli eventi e dalla durezza della vita!

Credere sta già nel passare attraverso la bruciante arsura del non poter credere, del desiderio di un contatto personale con Colui che la comunità mi annuncia Crocifisso e Risorto.

Che straordinario contrasto! Gli Apostoli annunciano il Cristo risorto, Tommaso invece ancora lo attende; la Chiesa crede e vive nella fede, Tommaso la desidera e deve ancora crescere in essa; la Chiesa gioisce per la presenza del suo Signore, il singolo invece fatica a segnare i suoi passi dietro di Lui. Ma è proprio questa distanza tra comunità e singolo che, come un elastico teso, attira all’incontro reale con Cristo Gesù.

Credere è stare dentro una comunità che è assidua nell’ascoltare, nell’unità, nell’Eucaristia e nella preghiera. Credere è fare tutto que¬sto, pur nella fatica o nella distanza apparente del proprio sentire.

Credere allora, per certi versi, è anche lasciarsi portare come da un fiume, lasciarsi riscaldare come da un raggio di sole, poter respirare come grazie ad una folata brezza primaverile che ti accarezza il volto e ti scompiglia i capelli.

In tutto questo siamo chiamati a crescere, tra gioie e prove, ci ricorda l’Apostolo Pietro nella sua lettera. La fede, infatti, è più preziosa dell’oro e per essa vale la pena di investire energie e tempo, sia per noi stessi che per i nostri figli.

Quanto leggera, invece, sembra questa fede per tante nostre famiglie, per tanti nostri contemporanei! Essa viene ignorata come fosse un cibo insipido, che non sa di nulla e che ti viene a noia, come la manna per gli Ebrei nel cammino del deserto. Eppure essa è il cibo che porta a libertà, in essa è in gioco la vita, la morte, l’amore: tutto, insomma.


Dal Vangelo di Giovanni 20,19-31

« Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».


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