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Attraverso alcune figure di donne, la liturgia oggi ci conduce su terreni impervi e scivolosi, fino lì dove siamo costretti a svelare il nostro vero volto e mostrare ciò che abbiamo nel cuore. Ma ci conduce specialmente davanti a Cristo, capace di usare una tale misericordia che solo da Dio può venire, e tale da cambiare la vita di chi ad essa si apre.

Per una donna sposata, oggetto del desiderio, il re Davide dà se stesso al male, diventando adultero, traditore dell’amico e addirittura omicida. Una donna prostituita, dopo aver dato se stessa al male, tanto da essere conosciuta come la “peccatrice”, dà se stessa a Cristo, ponendo in lui tutta la sua fede e compiendo su di lui gesti di una intimità tale da turbarci e di una freschezza ed innocenza tali da commuoverci.

Il Signore Gesù oggi ci rivela il desiderio di Dio di invertire questo flusso sbagliato nel proprio darsi, ed ha in sé una forza ed un fascino tali da consentire all’essere umano di compiere il passo contrario verso il bene. Questa forza si chiama “perdono”, frutto delizioso che nasce dalla pianta buona che si chiama “misericordia” e che verdeggia lussureggiante nel cuore di Dio.

La donna peccatrice del Vangelo con il suo fare ci mostra questa inversione nell’agire dell’uomo perdonato. Nei gesti compiuti su Gesù essa continua a “darsi”, per così dire, con gli stessi gesti e oggetti usati nel suo antico mestiere, ma in tutt’altro modo, per tutt’altro scopo e a tutt’altro uomo: è il Figlio di Dio, infatti, l’unico capace di leggere nel cuore e guarirlo dal profondo. Essa ci mostra, alfine, che cos’è la “conversione”.

Resta sullo sfondo la figura drammaticamente fredda di Simone che, pur nella formale cortesia e intimità di un invito a pranzo, dimostrerà di essere un uomo incapace di darsi, nella sua rigidità religiosa e morale. Gesù evidenzia velatamente attraverso una parabola, ma assai duramente nelle parole rivolte al fariseo, come questi non riconosca nessun debito – e quindi nessun legame – nei confronti del Signore e come una prassi ispirata all’obbedienza dei precetti, anche religiosi, possa in realtà essere totalmente priva di slanci e di cambiamento: di amore, insomma.

Come se soltanto dalla coscienza di esser perdonati, come da una sorgente buona, sgorgasse l’acqua fresca e pura della dedizione, dell’impegno a diffondere a propria volta la tenerezza e l’amore ricevuti dall’alto.

Ora, però, spontaneamente lo sguardo si posa su ciascuno di noi. Dovremmo cominciare a tremare se non ci sentiamo ancora né perdonati né salvati, se ci pare di fare o di dare già abbastanza a Dio, magari soltanto perché gli abbiamo “prestato” i nostri figli per i sacramenti. O perché gli diamo tre quarti d’ora alla settimana. Il tempo di un pranzo veloce e senza coinvolgimento. Come quello di Simone.

Forse il Signore ci sta chiedendo qualche cosa di più.


Dal Vangelo di Luca 7,36-8,3

« Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”. Gesù allora gli disse: “Simone, ho da dirti qualcosa”. Ed egli rispose: “Di’ pure, maestro”. “Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?” ».