Che parole regali vengono pronunciate in quella drammatica scena, che la Chiesa ci fa contemplare alla fine di un anno liturgico: “Oggi sarai con me in paradiso”.
Parole regali, pur nell’angoscia terribile dell’abbandono e dell’ostilità di cui il Signore è fatto oggetto. Esse quasi concludono il mandato di Cristo Gesù, apertosi nella sinagoga di Nazareth quando, dopo aver aperto il libro di Isaia e aver proclamato il programma del Messia - “Il Signore mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai cattivi la liberazione… a predicare un anno del Signore” -, Gesù concluderà con una parola straordinaria: “Oggi si è compiuta questa parola che avete udito con i vostri orecchi”.
Ecco un altro “oggi” che viene proclamato dalle labbra del Signore, come se quella promessa iniziale venisse a realizzarsi paradossalmente nel luogo dell’esecuzione dei delinquenti.
Davvero il Cristo è il Re che è capace di liberare “dal potere delle tenebre”, è il Figlio che possiede un Regno nel quale vuole che siamo tutti trasferiti, come ci annuncia l’apostolo Paolo nella seconda lettura domenicale. Davvero Lui è capace di rappacificare “con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli”. Sulla terra stanno i peccatori, nei cieli sta il suo Regno, che ora viene aperto e abitato per primi proprio da questi ultimi.
E se dal primo regno, il paradiso terrestre, l’uomo era stato scacciato perché nascostosi da Dio a causa della sua nudità, il Figlio di Dio raggiunge l’uomo, anch’Egli nella nudità della croce, per poterlo ammettere questa volta nel Giardino celeste, nel Paradiso stesso. Non è davvero questa una “felice colpa”, come cantiamo nell’Exultet la notte di Pasqua?
E che cosa avrebbe dovuto compiere l’uomo per ottenere tanta grazia? Quali gigantesche opere di penitenza avrà mai dovuto effettuare per essere salvato dalla solitudine disperata del peccato? “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. Tutto qui.
Che professione di fede; che affidamento totale all’inimmaginabile Signore dei cieli sulle labbra di un perduto della terra! Una sola parola è bastata, un atto d’amore, un semplice “sì”.
E che risposta regale da parte di Colui che non si accontenterà di entrare nella casa del peccatore Zaccheo portando “oggi” la salvezza, ma concederà all’ultimo reietto di entrare nel suo stesso Regno.
Contempliamo quel Re sul trono della croce; facciamo nostre quelle parole: “Ricordati di me Signore quando entrerai nel tuo regno”.
Dal Vangelo di Luca 23,35-43
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
